Jun 24
Ivy League. Il ritorno di uno stile molto americano. Anzi, Giapponese.
Secondo il New York Times, una nuova moda imperversa tra i giovani statunitensi: quella di 40 anni fa. I colletti abbottonati sono ovunque. Il rosa slavato dei pantaloni Nantucket Red è diventato comune quanto lo era il khaki; le deck shoes Sperry Top-Sider hanno invaso i marciapiedi; il giocatore di Polo e il coccodrillo di Lacoste imperversano. Ecco a voi il ritorno dello stile preppy. Da “preparatory school”, le scuole private destinate ai rampolli dell’alta borghesia americana.
Un trend che di recente ha acquisito una nuova dimensione grazie a internet. E al ritrovato interesse per brand che sembravano destinati all’oblio. Insieme agli stivali a becco d’anatra L.L. Bean, alle camicie Brooks Brothers e ai Wayfarer di Ray-Ban, ecco quindi le borse di tela Filson, gli stivali Gokey, le scarpe Alden. E ancora, le camicie Oxford di Gitman, i mocassini Quoddy Trail e le borse di canvas Wm. J. Mills. Solo per citarne alcuni. Brand inpolverati come Southwick e Woolrich sono stati rivitalizzati da nuovi design. E nuovi designers. La rivincita dell’original American style?
Non proprio. Infatti solo negli anni ’80 il preppy, in America, varcherà i cancelli di Yale e Harvard. La prima “mania” preppy esplode invece nella terra del Sol Levante, alla fine degli anni ’60. Il bellissimo (e quasi introvabile) libro “Take Ivy”, una collezione di fotografie scattate nel 1965 da Teruyoshi Hayashida nei campus statunitensi ne è la dimostrazione.
“Take Ivy” fu commissionato dal giapponese Kensuke Ishizu: un Ralph Lauren ante-litteram, il designer che per primo intuì il potenziale del preppy. E fondò Van Jacket, al tempo un brand di enorme successo tra i teenagers giapponesi. Van Jacket si rifaceva al codice di abbigliamento della Ivy League, le 8 Università private più prestigiose d’America.
Daiki Suzuki, anche lui giapponese, fa parte della cerchia dei designer che hanno cavalcato, prima di altri, la new wave preppy. Nel 1989, Suzuki si trasferì in America alla scoperta di nuovi brand da importare in Giappone: White’s Boots, Russell e Duluth Pack. 10 anni dopo fonderà il brand Engineered Garments: la tradizione americana che guarda alla modernità. Con un pizzico di Ivy League. Neanche a dirlo, un successo nella sua terra natale. E nel resto del mondo.
Ma Engineered Garments non è certo l’unico esempio di business fondato sull’esportazione dello stile Ivy League. Post Overalls, una linea d’abbigliamento made in USA, fino a pochi mesi fa vendeva esclusivamente nel Sol Levante. E J. Press, la catena di abbigliamento fondata nel New Heaven nel 1902, ha solo 4 negozi negli Stati Uniti, ma va a ruba in Giappone.
Il preppy moderno è insomma il frutto di una quarantennale rielaborazione nipponica. Con qualche influenza esterna: dopotutto, Brook Brothers e Ray-Ban ora sono di proprietà di aziende italiane. E due dei tessuti più preppy di tutti, il gingham e il seersucker, sono nati in India. Quasi una rielaborazione che sa di rivoluzione. Per dire: abbinare blazer e cravatta a quadrettoni con occhiali in corno, pantaloncini scozzesi e calzettoni lunghi. Uno stile che è tornato mainstream negli USA grazie a designer come Thom Browne e Scott Steinberg di Band of Outsiders. Solo per citare un paio.
Secondo Andrè Benjamin, designer della linea Ivy-inspired Benjamin Bixby, il lato più attraente del preppy non è la sua “americanità”. Il preppy suggerisce uno stile di vita diverso: rilassato e meno ansioso. Anche nel vestire. Ivy League, dice, significa eleganza che non si prende troppo sul serio. Qualcosa che si indossa senza farci caso, ma che è sempre adatto ad ogni occasione.
E la battaglia per la liberazione dallo stress, non a caso, è partita dal Giappone.
Di seguito alcune immagini scattate da Teruyoshi Hayashida per il libro Take Ivy.





















